Fede, purificazione e riconoscenza

   Fede, purificazione e riconoscenza
In tempi difficili come i nostri, in cui la riconoscenza non entra nella dimensione delle relazioni umane nei rapporti tra le persone, la parola di Dio di questa domenica ci dà l'esatta misura di come esprimere la nostra gratitudine a Dio per tutto quello che ogni attimo riceviamo senza nostro merito o perché migliori degli altri.
E' soprattutto il testo del Vangelo di questa domenica, classificato come dei "dieci Lebbrosi", che ci fa capire come sia distante il nostro modo di pensare ed agire rispetto a quello del Signore. Su dieci lebbrosi guariti, nonostante il consiglio e l'indicazione data dallo stesso Gesù che aveva guarito tutti, solo uno (diremmo oggi in termini statistici: il 10%) va a ringraziare Dio; mentre il restante 90% non sente né l'esigenza, né il dovere morale di farlo. E' come dire che solo il 9-10% dei cristiani che oggi frequentano regolarmente la chiesa, soprattutto di domenica, rende grazie al Signore per i benefici che ricevono ogni giorno e caratterizza di spiritualità la giornata di festa, la Pasqua settimanale, che celebriamo la Domenica. E' questa fede e religione superficiale, non sentita o all'acqua di rosa, scialba, che molti cristiani vivono oggi, pensando di essere dei buoni cristiani. Non è affatto così. La riconoscenza e la gratitudine nascono e si sviluppano nel quadro di una fede vera, autentica e sincera. Solo chi ha fede sa dire grazie ogni attimo a Dio. Quante volte i nostri genitori, nonni ed educatori, di fronte alle nostre continue lamentele, ci ricordavano sistematicamente di dire grazie a Dio per tutto: per la vita, per la famiglia, per il lavoro, per il cibo (anche se poco) per la salute ed anche per la malattia quando sopraggiungeva e nella fede doveva essere giustamente accettata con rassegnazione alla volontà di Dio. "Signore mai peggio"; ringrazia il Signore che poteva andare peggio, contentati di quello che hai, erano e sono i continui appelli e messaggi per ricordare e rammentare che davvero dobbiamo inginocchiarci per dire grazie a Colui che tanto di dona e ci offre per la nostra vita fisica e spirituale.
Comprendere lo stretto rapporto che intercorre tra fede e gratitudine non è facile. Perché spesso la fede è strumentale. E' finalizzata ad ottenere e poi a dimenticare il dono ricevuto. La fede è altra cosa che ricevere una grazia ed un favore. La fede è costante dialogo con Dio, è un costante dire "grazie Signore" per tutto quello che ci dona. Ci ricorda Paolo, che è in carcere e soffre tanto per il vangelo, nel brano della lettera a Timoteo che: "Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso".
La salute del corpo per i più è quella che interessa la stragrande maggioranza dei fedeli. E non sempre si ha la stessa attenzione e preoccupazione per la salute spirituale. Nella colletta specifica della domenica odierna noi così preghiamo: "O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa' che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio".
Sappiamo anche noi, fratelli e sorelle,  davanti alle nostre povertà spirituali gridare come i lebbrosi: Gesù, abbi pietà di noi. diventa presa di coscienza delle nostra pochezza, come ci viene ricordato nell'antifona iniziale della liturgia di questa domenica: "Se consideri le nostre colpe, Signore, chi potrà resistere? Ma presso di te è il perdono, o Dio di Israele". Amen!
                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.

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 Ravviva il dono di Dio che è la fede
Gli apostoli dissero al Signore: "Accresci in noi la fede!". Tutti noi possiamo fare nostra questa invocazione. Anche noi come gli Apostoli diciamo al Signore Gesù: "Accresci in noi la fede!". Sì, Signore, la nostra fede è piccola, la nostra fede è debole, fragile, ma te la offriamo così com'è, perché Tu la faccia crescere. "Signore, accresci in noi la fede!"
Ho paura che molti non comprendano l'importanza di avere la fede, di crescere nella fede... in mezzo a tanta gente che vuole distruggere la fede, che immette nella cultura e nel modo di pensare materialista che vorrebbe convincere che avere la fede significa non divertirsi, non essere felici, che la felicità è da un'altra parte... E molte persone ci cascano e rischiano di rovinare la propria vita, dandosi solo alle mondanità o, al meglio, alle carriere e ai miraggi umani. Persone che rischiano di perdere e rovinare la propria vita nell'eternità: "che cosa serve guadagnare anche il mondo intero, se poi uno perde la sua anima?" ci dice Gesù..
Ecco l'importanza della fede: la fortuna, la gioia, il dono della fede, la luce e la forza della fede!
E il Signore che cosa ci risponde? Risponde: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire.... Il seme della senape è piccolissimo, però Gesù dice che basta avere una fede così, piccola, ma vera, sincera, per fare cose umanamente quasi impossibili, impensabili. Ed è vero! Tutti conosciamo persone semplici, umili, ma con una fede fortissima, che davvero spostano le montagne! Pensiamo, per esempio, a certe mamme e papà che affrontano situazioni molto pesanti; o a certi malati, anche gravissimi, che trasmettono serenità a chi li va a trovare. Queste persone, proprio per la loro fede, non si vantano di ciò che fanno, anzi, come chiede Gesù nel Vangelo, dicono: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».
In questo mese di ottobre, che è dedicato in particolare alle missioni, possiamo pensare a tanti missionari, uomini e donne, che per portare il Vangelo hanno superato ostacoli di ogni tipo, hanno dato veramente la vita; come dice san Paolo a Timoteo: «Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro, ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo». "Ravviva il dono di Dio che ti è stato dato. Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità..." Questo però riguarda tutti: ognuno di noi, nella propria vita di ogni giorno, può e deve dare testimonianza a Cristo, con la forza di Dio, la forza della fede. La fede piccolissima che noi abbiamo, ma che è forte e che aiuta a compiere cose grandi! Con questa forza dare testimonianza di Gesù Cristo, essere cristiani con la vita, con la nostra testimonianza, col nostro amore.
Papa Francesco ci invita fortemente ad essere evangelizzatori e missionari per portare a tutti la gioia del vangelo.
E come attingiamo questa forza? La attingiamo da Dio nella preghiera e nella formazione cristiana. La formazione cristiana avviene nelle varie forme di catechesi, di incontri, di parola di Dio, di esperienza, di evangelizzazione.

                                                                              Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.

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   La parabola del ricco egoista e del povero Lazzaro nell'umanità di oggi
La parabola, presa in se stessa, suscita una problematica sulle relazioni tra ricchi e poveri, ma non ha lo scopo di dare al povero un annunzio alienante e di consolarlo con la speranza della beatitudine eterna, ma di far capire quanto sia grave e carica di conseguenze l'indifferenza del ricco che non si accorge del povero.
Gesù mette davanti agli occhi dei suoi contemporanei e anche davanti ai nostri occhi oggi, il rischio di adagiarsi, della comodità, della mondanità nella vita e nel cuore, di avere come centro il nostro benessere. E' la stessa esperienza del ricco del Vangelo, che indossava vestiti di lusso e ogni giorno si dava ad abbondanti banchetti; questo era importante per lui. E il povero che era alla sua porta e non aveva di che sfamarsi? Non era affare suo, non lo riguardava. Se le cose, il denaro, la mondanità diventano centro della vita ci afferrano, ci possiedono e noi perdiamo la nostra stessa identità di uomini: il ricco del Vangelo non ha nome, è semplicemente "un ricco". Le cose, ciò che possiede, sono il suo volto, non ne ha altri.
L'uomo ricco e del povero Lazzaro: la vita di queste due persone sembra scorrere su binari paralleli: le loro condizioni di vita sono opposte e del tutto non comunicanti. Il portone di casa del ricco è sempre chiuso al povero, che giace lì fuori, cercando di mangiare qualche avanzo della mensa del ricco. Questi indossa vesti di lusso, mentre Lazzaro è coperto di piaghe; il ricco ogni giorno banchetta lautamente, mentre Lazzaro muore di fame. Solo i cani si prendono cura di lui, e vengono a leccare le sue piaghe. Questa scena ricorda il duro rimprovero del Figlio dell'uomo nel giudizio finale: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero [...] nudo e non mi avete vestito». Lazzaro rappresenta bene il grido silenzioso dei poveri di tutti i tempi e la contraddizione di un mondo in cui immense ricchezze e risorse sono nelle mani di pochi.
Il ricco sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo.
Nella seconda parte della parabola, ritroviamo Lazzaro e il ricco dopo la loro morte. Nell'al di là la situazione si è rovesciata. Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. Prima gli negava pure gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere! Crede ancora di poter accampare diritti per la sua precedente condizione sociale. La porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c'era la possibilità di salvezza, spalancare la porta, aiutare Lazzaro, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. La parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa. Anche per Dio. E questo è terribile.
Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. 
La parabola ci aiuta a fare un sincero esame di coscienza, nella nostra vita personale, di famiglia, nella vita sociale.

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.
 

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   Non potete servire Dio, che è la vita, e il denaro
Una parabola un po' difficile da interpretare. Ma ciò che appare evidente è che l'amministratore infedele ha saputo, sotto l'urgenza della situazione, provvedere in fretta, con scaltrezza e con furbizia, al suo avvenire. Tutto è male quello che ha fatto, ma il rimedio rapido e drastico adottato è una lezione per chi ascolta l'annuncio del regno di Dio.
Si parla di iniqua ricchezza, causa di tante ingiustizie. Lo possiamo applicare alla realtà che constatiamo ogni giorno. Ai suoi discepoli Gesù vuol far capire che il denaro è pericoloso. Gesù continua a mettere in guardia i credenti dal pericolo delle ricchezze, invita a farsi un tesoro nei cieli dandole in elemosina, esorta ad amministrare il denaro in maniera saggia, con una sana furbizia, quella dei figli della luce. Che rapporto ho coi soldi? Che uso ne faccio? Mi chiudono in me stesso o nelle mie prospettive mondane o nei miei vizi o in miraggi di grandezza oppure mi aprono all'amore, ad un senso alto della vita, alle prospettive della solidarietà, della giustizia, della rettitudine di coscienza?
Se penso all'eternità, alla quale devo prepararmi, cosa mi servono i soldi? Nelle parabole della vigilanza, dei talenti, del giudizio sulla carità come si collocano? Certo: la famiglia, il futuro, la cura della salute, una vita dignitosa... tutte cose giuste. "Non potete servire a due padroni, non potere servire Dio e la ricchezza", afferma Gesù. Ma poi dobbiamo ricordare quando Gesù dice: "Che cosa serve all'uomo guadagnare anche il mondo intero, se poi perde l'anima".
La tentazione dell'attaccamento ai soldi c'è per tutti, c'è sempre. Ha inquinato e rovinato tante società, ha inquinato e in certi momenti ha rovinato anche la vita della Chiesa. Papa Francesco nell'Evangelii gaudium dice con forza: "No ad una economia dell'esclusione, no alla nuova idolatria del denaro, no ad un denaro che governa invece di servire..."
Per fortuna, ci sono stati e ci sono persone e famiglie che hanno scoperto e hanno vissuto la grazia della semplicità, della virtù della povertà, dell'amore pieno, gioioso e libero a Dio e ai poveri.
Quando si parla dei poveri bisogna essere molto concreti, come è concreta e tragica la loro miseria. Non vorrei limitami a qualche bella parola o a qualche disquisizione sull'interpretazione della parabola. Non è questo che vuole Dio e neanche voi volete questo.
   Papa Francesco è molto chiaro e coraggioso quando parla dell'inclusione sociale dei poveri: Ci invita ad ascoltare il loro grido di fronte a Dio, ad essere fedeli al vangelo, per non correre invano (cioè a costruire la vita senza senso e a rovinarla per l'eternità), a cercare il posto privilegiato dei poveri.
Il profeta Amos pronuncia queste parole del Signore: "Ascoltate, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese..."
"Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero, perché noi potessimo diventare ricchi per la sua povertà", scrive S. Paolo.

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.
 

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  Un Padre di una tenerezza inimmaginabile
Il Vangelo di questa domenica lo accogliamo come un testo fondamentale in questo svolgersi dell'Anno della misericordia. E' la parabola del padre buono che lascia la libertà al figlio anche di sbagliare, di andarsene sbattendo la porta, offendendo, sciupando tutte le sue sostanze, rovinando la propria vita. Il padre attende, spera ogni giorno il suo ritorno, lo ama nel suo cuore misericordioso. E quando lo vede ancora da lontano, gli corre incontro, gli butta le braccia al collo, vuole una grande festa. Sono intensi i verbi con cui si descrive il comportamento del padre: "Ancora lontano lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo baciò, disse ai servi: preparate una grande festa". "Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". Dio è così, è Padre, è amore, è misericordia e tenerezza infinita.
Ciascuno di noi è quel figlio, invitato a tornare al Padre, a lasciarsi abbracciare dal suo calore, dalla sua tenerezza, a lasciarsi commuovere da quel suo cuore che non può amare più di così. Forse è bene non fermarsi a questi due figli, in fondo piccoli e meschini tutti e due, che rappresentano molto bene anche noi. È importante guardare il padre.
Scrive Paolo Curtaz: "Io vedo un Padre che lascia andare il figlio anche se sa che si fà male, correndo un immenso rischio educativo (chi l'avrebbe lasciato andare?) Vedo un Padre che scruta l'orizzonte ogni giorno, senza rancore, senza rabbia, con una pena infinita. Vedo un Padre che corre incontro al figlio minore, che lo abbraccia. Che non gli rinfaccia né chiede ragione dei soldi sprecati, che non lo accusa, che smorza le sue scuse, che gli restituisce dignità, che festa. Vedo un Padre che esce a pregare lo stizzito fratello maggiore che tenta di giustificarsi, di spiegare le sue buone ragioni. Un Padre che cerca di guardare all'essenziale e insegna a guardare oltre le apparenze, a non giudicare superficialmente, a usare la misericordia più della giustizia.
Vedo questo Padre che accetta la libertà dei figli, che pazienta, che indica, che stimola. Lo vedo e impallidisco. Dio è così? fino a tal punto? così tanto? Sì, è così!"
Possiamo allora chiederci: Come vivo questa fede in Dio? Quant'è grande la mia fiducia, il mio affidamento a Lui? So accogliere il suo amore, la sua tenerezza, il suo perdono, la sua misericordia? In questo rapporto vero, profondo, continuo, toccante con il Signore so trasformare la mia vita in amore verso di Lui e verso i tanti fratelli che lui mi fa incontrare e tutti quelli che Lui mi dona come "fratelli" nel mondo?
So essere un testimone e un evangelizzatore dell'amore, del perdono, della tenerezza di Dio, che Padre appassionato di tutti?

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.
 

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  Seguire Gesù con sapienza e amore
Possiamo prendere da questo testo del Vangelo alcuni punti di riflessione e di vita.
Un primo aspetto: Gesù ci invita ad esseri saggi e sapienti, a pensare e a preoccuparci della vita e del nostro futuro.
Questo lo fa con le parabole del costruire una torre e del re che vuole andare in guerra: occorre riflettere e pensare bene alle energie e alle risorse che si hanno.
Se c'è tanta preoccupazione per le cose umane che durano un tempo limitato quanto più, sembra suggerire Gesù, occorre pensare e preparare la nostra vita vera su questa terra e la nostra salvezza per l'eternità.
Il pronunciamento più forte è senz'altro questo: "colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo". La croce, gli impegni, la propria fedeltà, tutto ciò che fa parte della mia impostazione di vita e della volontà di seguire Gesù, di seguire il suo esempio, le sue parole, la sua strada.
In questo contesto comprendiamo che il suo invito a vivere le relazioni di parentela, di affetto, di presenza, non come un qualche cosa che chiude la vita in maniera egoistica, ma che apre a un amore più grande.
Non si tratta di non voler bene al padre e alla madre, alla moglie, ai figli, ma si tratta di amare veramente e sapere che insieme si cammina sulla strada di Dio, sulla strada della salvezza. Occorre avere allora una grande libertà di spirito, soprattutto di fronte ai beni materiali: Gesù dice: "chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo".
Le cose sono uno strumento, un mezzo, non il fine. Quello che è importante è la realizzazione della mia vita, è accogliere l'amore di Dio, è vivere questo amore.
L'importante è la salvezza piena e definitiva che invochiamo e che attendiamo dalla bontà e dalla misericordia del Signore. 

 

                                                                               Buona domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.


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Umiltà e gratuità
Potremmo sintetizzare il messaggio della Parola di Dio in queste due parole: umiltà e gratuità. Innanzitutto vediamo come si esprimono i brani della Bibbia, poi cercheremo di confrontarli con la situazione della nostra vita nella società e nella Chiesa di oggi e vedremo come seguire l'insegnamento del Signore per essere suoi discepoli con maggiore fedeltà.
Gesù è a pranzo da uno dei capi dei farisei, nota come le persone scelgono i primi posti e si esprime con una parabola che è immediatamente un insegnamento: "quando sei invitato da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un invitato più ragguardevole di te e tu debba, con vergogna, andare ad occupare l'ultimo posto".
Può darsi che sempre ci sia stata la tentazione di emergere, di farsi notare, di cercare considerazione, prestigio. Oggi lo avvertiamo particolarmente in questa nostra cultura dell'apparire, dell'emergere, del farsi strada, in qualunque maniera, onesta o disonesta; a volte ci possono essere fenomeni di arrivismo, di carrierismo, di spintonate, ad esempio, nei luoghi di lavoro, fino a cercare il proprio successo e i propri interessi, anche a scapito del vero bene di tutti e dell'onestà.
L'umiltà è verità davanti a Dio e davanti agli altri, davanti al mistero della vita. Il libro del siracide ci ha detto: "Compi le tue opere con mitezza. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti". Se non si è umili non si capisce Dio.
Gesù ha vissuto così, la Madonna ha vissuto così, così i santi, le anime belle e generose, piene di amore. "Sono venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita per tutti". "Imparate da me che sono mite e umile di cuore". L'ultimo posto non è una condanna, è il posto di Dio che si è fatto uomo e ha dato la vita per noi. Maria ss. dice: "L'anima mia magnifica il Signore, ha guardato l'umiltà della sua serva, ha fatto cose grandi in me l'Onnipotente".
Una precisazione. L'umiltà non è dire - un po' ipocritamente - "non so fare nulla". Dire: "non valgo nulla", non è umiltà, è depressione. La persona umile dà il meglio di sé, fa il più possibile, apre il cuore più che può. Così hanno fatto Gesù, Maria, i Santi, tutte le persone generose e impegnate nella società e nella Chiesa.
Umiltà è sapere che il Signore ci ha riempito la vita dei suoi doni e che noi dobbiamo trafficarli come talenti, per il bene di tanti altri e per la nostra salvezza. L'umiltà diventa fecondità, sviluppo dei doni di Dio, per il bene degli altri, nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale ed ecclesiale.
Una piccola cosa: non scherziamo sull'ultimo posto in chiesa. Non è quello che vuole insegnare Gesù. In chiesa, come dovunque, il cristiano fa il più possibile, è attivo, partecipe, impegnato, generoso, dona se stesso per il bene degli altri. Questo dobbiamo impararlo in chiesa, a messa, per viverlo poi nella vita della comunità cristiana e nella società.
C'è poi la seconda parte del vangelo, bellissima, sconcertante, portatrice di novità assoluta: la novità di Gesù, del suo amore per tutti, della sua ricerca dei poveri, dei malati, dei peccatori.
"Quando offri un pranzo, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i ricchi vicini... perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. 

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.

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Come ci si salva?
«Signore, quanti sono coloro che si salvano?» È una domanda alla quale Dio non risponde. Bisogna prendere atto che ci sono domande alle quali Dio non risponde. Anche riguardo al tempo della fine del mondo Gesù non risponde e chiude velocemente il discorso con le celebri parole: «Non sta a voi conoscere il tempo e il momento!».
Perché? Perché le domande che gratificano solo la curiosità non hanno senso nel rapporto religioso: Dio, infatti, cerca uno spazio nella vita dell'uomo e non nelle curiosità degli uomini.. Derivano alcune conseguenze: la Bibbia va letta con la volontà e l'umiltà di chi cerca una strada e una proposta da vivere, non per altri motivi.
La fede dà certezze, ma non sempre e non in tutto dà chiarezza: anzi spesso la fede è cammino nel buio.
Pertanto in nome della fede non posso pretendere di capire tutto, al punto da sostituirmi a Dio: accade il contrario: la fede mi fa capire la mia piccolezza e mi dà la gioia di essere un salvato e un salvato sempre e unicamente da Dio.
Comprendiamo allora l'atteggiamento di Gesù. Egli non solo non risponde alla domanda, ma sposta l'attenzione sul vero problema e dice: "Sforzatevi di entrare per la porta che è stretta". In altre parole Gesù sottolinea: non importa sapere quanti si salvano, quel che importa è sapere come ci si salva e, soprattutto, a me importa sapere come posso salvare me stesso. Gesù porta il discorso in questa
direzione: il suo Vangelo infatti va sempre diritto al cuore della persona e invita ciascuno a cominciare da se stesso il cambiamento del mondo. E' uscito ultimamente un libro con vari interventi , dal titolo: "Cambiare noi"; ci porta su questa linea.
Ecco allora la prima parte della risposta di Cristo: «È' stretta la porta».
Dio è una persona leale: non ci attira con gli specchietti né con la demagogia, che è sempre un inganno. Apertamente egli dice: «La vostra liberazione, la conquista della salvezza, il cammino della vostra felicità passa attraverso la croce, attraverso il martirio».
La fede di una persona diventa adulta solo quando la croce non scandalizza più, quando non scoraggia più, ma diventa cammino quotidiano con Cristo e accoglienza della forza di Cristo nella propria vita.
 Il cardinale Stefano Wyszynski scrisse in carcere, nel settembre del 1953: «La mia vita sarebbe stata imperfetta se non avessi conosciuto la prigione».

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.
 

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 Il male da bruciare
C’è una sorta di confusione, tra la gente, tra la bontà e il buonismo. E vale anche per l’immagine che abbiamo del Dio che ci ha presentato Gesù. Il fatto che sia Padre, che ami incondizionatamente, che perdoni sempre, non significa che per lui la nostra scelta tra il bene e il male sia indifferente.
Gesù è venuto sulla terra per sconfiggere il male in tutte le sue forme, compresa quella della vendetta. Pur ritenendo tutti fratelli, si è sempre schierato dalla parte delle vittime, dei deboli, degli ultimi. Ogni peccato grida la sua ingiustizia davanti a Dio. Egli non rimane lontano, ma scende a condividere sofferenza umana e spalanca le porte della risurrezione.
Non ci stupisca l’immagine forte di un fuoco purificatore che Gesù usa nel Vangelo, né la constatazione di aver portato la divisione all’interno delle famiglie e del suo popolo.
Con il male non ci possono essere compromessi: o lo si accetta o lo si respinge. O si sceglie di essere umani, mettendosi nei panni di chi è trattato senza considerazione e rispetto, o si sceglie di imbestialirsi, cioè di mettere da parte l’etica di chi vede in chiunque una persona.  
La pace di Gesù non è la comoda tranquillità del disimpegno, ma la serenità di aver lottato con tutte le forze contro il male e aver fatto posto al bene in sé e fuori di sé. La pace di Gesù non conquista e non è conquistata da tutti. Speriamo lo sia per noi. 
Termino dicendo: Ricordiamoci sempre che le sue parole inquietano, scuotono le coscienze assopite, suscitano ripensamenti e ostilità, sono d’inciampo per tanti. Il suo Messaggio è felice, ma non facile. Accoglierlo è grazia e dà pace. Amen!

                                                            A Tutti Auguro una Buona Domenica – Padre Salvatore Usai ocd.

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      Credere fortemente all'Eternità

"Non temere, piccolo gregge..." Nelle varie situazioni in cui i discepoli si verranno a trovare Gesù è vicino e offre queste parole di fiducia. dice: Non temere, piccolo gregge". Gesù conosce il mondo, i messaggi contrastanti, i pericoli, le persecuzioni di coloro che vivono nelle tenebre e non accolgono la luce. Gesù capisce la fatica che chiede ai suoi discepoli e prevede la paura. "Non temere, piccolo gregge", significa: "State tranquilli, fidatevi di Dio; non ci rimetterete lasciando tutto per amore di Dio, anzi riceverete il centuplo e la vita eterna".
Nella barca con Cristo ogni paura è un'offesa alla Sua presenza e alla Sua promessa. Infatti chi crede, sa che Dio può perdere delle battaglie perché è buono (non perché è debole), ma Dio non può perdere la guerra della storia.
L'ha detto Gesù stesso mentre si avviava alla croce: "Coraggio, io ho vinto il mondo!".
Occorre allora ottimismo e fiducia anche quando è dura la fedeltà, anche quando la fede è derisa, anche quando la Chiesa è perseguitata. Ottimismo e fiducia: vogliamo restare con Cristo e ci lasciamo guidare da Lui. Pensiamo al martirio di S. Stefano: un giovane circondato dall'odio di un tribunale prestigioso, non si lascia piegare. Egli sa quel che rischia. Egli vede i sassi già pronti per l'esecuzione. Eppure è deciso e resta fedele a Cristo. Per lui la vita conta solo se vissuta per Cristo e quindi non esita a perderla per ritrovarla in Cristo. Paolo assiste e certamente disprezza Stefano. Ma un giorno Paolo scriverà: "Da quando ho conosciuto Cristo tutto il resto è diventato spazzatura per me". La fede di Stefano ha preparato la conversione di Paolo.
Però davanti a una prospettiva così esigente viene da chiedersi: "Ma allora cosa diventa la nostra vita nella fede?" Cristo Risponde: "Al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Allora siate pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito quando arriva e bussa". E' la verità più bella del cristianesimo: la vita non è la festa, ma è l'attesa della festa. Questa verità redime e dà significato alla morte: il credente vede al di là e la fede gli fa vedere la vita che verrà. E' la verità che fa giustizia di tutte le situazioni: malati e sani, ricchi e poveri, intelligenti e sprovveduti... sappiamo che queste situazioni appartengono al tempo dell'attesa. La festa è altrove, è dopo: quaggiù sulla terra siamo tutti in cammino. E' la verità che ha aperto il cristianesimo all'amore di ogni uomo: l'infelice, il lebbroso, l'handicappato contano quanto i sani, anzi vengono chiamati beati, perché più degli altri possono capire la speranza e vivere l'attesa.
Oggi noi cristiani viviamo in un mondo di spensieratezza, di consumismo, di materialismo pratico. Il mondo moderno non pensa alla morte e all'eternità e di conseguenza la vita sulla terra si riduce a un tentativo folle di inventare un paradiso terrestre. Ma la situazione dell'uomo, la sofferenza, la malattia, la morte fanno capire che questo non avviene e costringono a cercare una risposta vera a questi interrogativi profondi e a credere all'eternità, altrimenti sarebbe "troppo vana la vita sulla terra".
Noi cristiani siamo chiamati a credere fortemente all'eternità, come pienezza di vita che Dio darà ai suoi figli, siamo chiamati a ricordare al mondo l'eternità, a svegliare gli uomini dalla dimenticanza della vita più vera che dura per sempre. Per questo il cristiano deve vivere in modo nuovo e diverso il legame con le cose: "Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli..." Per questo tutte le cose sono per il cristiano mezzi del cammino per giungere là, dove Dio ci darà tutto se stesso, dove noi saremo nella pienezza della nostra esistenza, dove non ci sarà più nessuna paura.

 

Dio ha acceso nei nostri cuori una grande luce con la speranza e la certezza della vita eterna. E il pensiero nella vita eterna ci aiuta a vivere nella bontà, nella fiducia, e secondo le parabole del cap. 25 di Matteo, ci aiuta a vivere attenti e vigilanti, a trafficare al massimo i nostri talenti, ad amare in concreto il prossimo. E il Signore dirà ai suoi discepoli, che hanno resistito alle tentazioni del mondo, che hanno creduto, sperato e amato, che hanno dato il giusto valore a tutte le cose terrene in vista della vita eterna: "Vieni servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore".

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.
 

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   Usare la testa, e non solo
"Uno della folla disse a Gesù: Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità". Passano gli anni, i secoli, i millenni; il mondo cambia; ma certe cose non cambiano mai. Quante volte accade anche oggi che i fratelli litighino per l'eredità! Un uomo si industria per tutta la vita ad accumulare beni da lasciare ai figli, e in realtà lascia loro il seme di discordie, rivendicazioni, rancori che si trascinano per anni e talora non si placano più. Nel caso sottopostogli, Gesù rifiuta di intervenire: non per disinteresse verso le persone coinvolte ma per invitare, loro e quanti lo stanno ascoltando, ad ampliare gli orizzonti, trasformando l'episodio nell'occasione per parlare delle ricchezze: "Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede".
Desiderare i beni occorrenti a una vita sicura e dignitosa, a un futuro sereno per sé e i propri cari, è senz'altro legittimo; non c'è pagina della Bibbia che lo biasimi. Altro però è considerare i beni materiali come "il" bene supremo, cui tutto subordinare; porsi come scopo della vita l'accumulare quanto più si può, magari senza badare ai mezzi, se leciti o no, spesso calpestando giustizia, verità, misericordia, talora persino gli affetti familiari. La bramosia della ricchezza è una brutta bestia, che tutto divora, compreso chi se ne lascia dominare.
A fronte di questa ebbrezza, che talora diventa ossessione, Gesù racconta la breve parabola del ricco baciato da nuova fortuna, il quale elabora progetti da gaudente: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni; poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!". Ma, continua il racconto, "Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?" Così è, conclude la parabola, "di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio".
Con questo esempio, Gesù invita anzitutto a usare la testa: prima delle considerazioni dettate dalla fede vengono quelle, per così dire, naturali, che per un uomo dotato di intelligenza dovrebbero essere ovvie. L'uomo che progetta nuovi magazzini per poi darsi alla bella vita trova facili riscontri in chi pensa soltanto a comperare altri appartamenti o accrescere il conto in banca, progettando poi di avvalersene per automobili di lusso, vacanze alle Seychelles e altri piaceri su cui meglio sorvolare. Usare la testa: vale la pena di arrabattarsi tanto, quando non si è sicuri neppure di arrivare a sera? E la prospettiva, si sa, non è campata in aria: nessuno è esente dal rischio di un infarto o di un incidente stradale. Dunque stolto, umanamente stolto cioè privo di intelligenza, è chi si fa prendere nel vortice dei beni materiali.
Solo dopo, chiarito l'aspetto umano, Gesù invita a uno sguardo di fede: lo scopo primario nella vita di un uomo dovrebbe consistere nel preoccuparsi di ciò che la trascende, cioè che va oltre: duri un giorno o cent'anni, questa vita in ogni caso è limitata. E dopo? Le ricchezze vere non sono quelle che lasceremo qui, ma quelle che potremo portare con noi. Quali siano, in questa pagina il vangelo non lo dice, ma è facile dedurlo dalle pagine precedenti e seguenti. Ciò che "arricchisce presso Dio" è il bene compiuto; è la fede in Gesù, unica salvezza; è la speranza, coltivata giorno per giorno, di vivere per sempre con lui.

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.

 

                               Risultati immagini per Immagini XVIII domenica del tempo ordinario anno C

    Il Padre e la preghiera al Padre misericordioso
In questa domenica la liturgia ci offre due brani della Parola di Dio toccanti e significativi che ci aprono ad una dimensione di vita intensa davanti a Dio e a favore dei fratelli.
Al centro vogliamo mettere il Padre, Dio Padre. Prima della preghiera a Dio, c'è Dio e Gesù ci ha rivelato che Dio è Padre. Vogliamo imparare a contemplare, adorare, amare Dio Padre. Sentire innanzitutto il suo amore: tutto ci parla del suo amore, nella vita, nell'universo, nella Bibbia, nelle parole di Gesù. Dio non è solo l'Essere Creatore e Signore di tutte le cose, ma è mio Padre, mio papà; così ci insegna S. Paolo.
Se riesco a percepire, un po' almeno, l'amore di Dio, anch'io cercherò di amarlo, di rispondere al suo amore col mio piccolo amore e di costruire la mia vita e le mie giornate come amore a Dio. Un amore - noi lo sappiamo - che diventa vero e concreto quando amiamo i fratelli.
Tanto è vero che Gesù ci insegna a dire: "Padre nostro", non Padre mio. La preghiera che ci insegna non è perché noi dobbiamo dire delle parole, ma perché trasformiamo la vita. La preghiera cambia la vita. La preghiera cambia il cuore di Dio, ma innanzitutto cambia il nostro cuore, la nostra vita.
In questo rapporto di amore e di fiducia noi facciamo nostre le invocazioni che ci ha insegnato Gesù, che sono profonde e uniche....
Gesù ci insegna la vera fiducia in Dio: E' Padre, mi ha dato tutto, come non mi darà ogni cosa buona e santa così come ho bisogno? Ricordiamo i discorsi di Gesù sulla Provvidenza "il Signore nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo", come non nutrirà i suoi figli?
Per questo con una parabola particolare e con esortazioni pressanti invita ad affidarci alla bontà e alla potenza di Dio. Per ben sei volte ci dice di chiedere l'amore di Dio: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto, perché chi chiede riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto.
Ciascuno di noi potrebbe ricordare tante esperienze personali o fatti conosciuti, vedere come il Signore, ama, salva, esaudisce i suoi figli. Certo ci affidiamo al cuore di Dio, che ci sa esaudire non secondo le nostre visuali, ma secondo la grandezza del suo cuore. "Se voi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro Darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono": lo Spirito Santo, cioè tutto l'amore di Dio, Dio in persona.
Un fatto molto concreto e sacro è quello che fa Abramo quando intercede per la città immersa nel peccato, la città di Sodoma. E' impressionate questa preghiera, fa vedere come Abramo ha fiducia in Dio, che usa espressioni che si riferiscono alla sua giustizia, ma muove il cuore di Dio alla misericordia per tutti i peccatori. E' un dialogo serata fra Abramo e il Signore e il Signore vuole esaudire Abramo, vuole salvare i peccatori. Dio è Padre misericordioso.
Come portare nella vita la Parola del Signore di oggi?
Alcuni punti: La contemplazione del Padre, l'esperienza del suo amore, la preghiera fiduciosa e perseverante, la intercessione per quanti operano il male nel mondo, la compassione per gli uomini nostri fratelli, l'amore concreto alle persone vicine e lontane: tutti sono fratelli, tutte sono sorelle, perché Dio è il Padre di tutti.

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.

Risultati immagini per Immagini domenica XVII tempo ordinario anno C


Momento favorevole per la vita spirituale
 Siamo ormai nel cuore dell'estate. Il tempo delle vacanze o delle ferie può essere un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l'ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica, con il celebre episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria, narrato da san Luca.
Marta e Maria sono due sorelle; hanno anche un fratello, Lazzaro, che però in questo caso non compare. Gesù passa per il loro villaggio e - dice il testo - Marta lo ospitò. Questo particolare lascia intendere che, delle due, Marta è la più anziana, quella che governa la casa. Infatti, dopo che Gesù si è accomodato, Maria si mette a sedere ai suoi piedi e lo ascolta, mentre Marta è tutta presa dai molti servizi, dovuti certamente all'Ospite eccezionale. Ci sembra di vedere la scena: una sorella che si muove indaffarata, e l'altra come rapita dalla presenza del Maestro e dalle sue parole. Dopo un po' Marta, evidentemente risentita, non resiste più e protesta, sentendosi anche in diritto di criticare Gesù: "Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Marta vorrebbe addirittura insegnare al Maestro! Invece Gesù, con grande calma, risponde: "Marta, Marta - e questo nome ripetuto esprime l'affetto -, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta". La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l'unica cosa veramente necessaria è un'altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano.
Questa pagina di Vangelo è quanto mai  intonata a questo tempo che viviamo, perché richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l'Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande.
In una grande esperienza di amicizia, come ci è raccontato dai brani biblici, c'è l'ascolto profondo di Dio che parla. C'è amicizia nella casa di Abramo che ospita i tre pellegrini, c'è amicizia in casa di Marta e Maria. E' nella familiarità con la persona di Gesù che si comprende oggi l'importanza dell'ascolto della sua Parola. Perché si realizzi l'ascolto c'è bisogno di stare insieme a colui che parla, di sostare con gioia nell'intimità del dialogo, trovare pace e silenzio nel cuore perché trovi spazio l'amico, l'ospite.
Accanto a questo atteggiamento, incarnato da Maria che siede ai piedi del maestro, c'è quello di Marta, indaffarata e presa da mille cose da fare. Pur riconoscendo il primato dell'ascolto, la meditazione di questo brano di vangelo deve portarci a non considerare in opposizione vita contemplativa e vita attiva, piuttosto a considerarle espressioni ambedue importanti della vita di fede.
Che cosa potremmo dare a Dio in cambio del suo amore, della creazione, della salvezza?
Maria sa di non aver nulla da offrire a Gesù più importante di quello che potrà ricevere mettendosi in ascolto della sua parola. E' da lei che impariamo a entrare nella giusta relazione con Gesù, il senso autentico dell'ascolto.
Penso che possiamo pregare così: Signore donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Amen!

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.

Risultati immagini per Immagini domenica XVI tempo ordinario anno C

 
 Una parabola autobiografica
Oggi si legge una delle pagine più celebri dei vangeli, la parabola del buon samaritano (Luca 10,25-37), che basta da sola a dire tutto sul precetto fondamentale dell'amore del prossimo. Gesù la racconta, in risposta alla domanda di un "dottore della Legge", cioè un esperto nell'interpretazione della Bibbia: so, Maestro, che cosa sta scritto; per ereditare la vita eterna bisogna amare Dio e il prossimo; ma chi sarebbe il prossimo?
La risposta è in forma di racconto. "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico...": lungo la strada in discesa che attraversa il deserto della Giudea, tutto aride collinette rocciose, non era raro che i predoni assaltassero i viandanti. Gesù immagina appunto una loro vittima, derubato di tutto, percosso a sangue e abbandonato mezzo morto. Gli passano accanto, indifferenti, un sacerdote e poi un levita, due uomini delle categorie più rispettate nell'antico Israele, mentre un samaritano, cioè uno degli stranieri eretici che gli ebrei detestavano e dai quali si tenevano a distanza, proprio lui si ferma a prestargli soccorso: "Gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla propria cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno".
Il racconto condensa in un esempio tutto quanto occorre tenere presente nei rapporti con coloro che entrano, stabilmente o occasionalmente, nella nostra vita. Sono loro "il prossimo", da amare non a chiacchiere ma con i fatti. Fatti concreti, commisurati non sulle nostre voglie, sui nostri umori del momento, ma sulle loro necessità. Fatti che impegnano la nostra attenzione e la nostra disponibilità, vale a dire la nostra intelligenza e il nostro cuore. Fatti: di fronte a un uomo ferito e abbandonato, il samaritano non si limita a buone parole di consolazione ma gli dedica il suo tempo, le sue cose (il vino per disinfettare, l'olio per lenire il male) e anche il suo denaro. Fatti, come quelli dei tanti (si contano a milioni solo in Italia) che dedicano il tempo libero al volontariato, o i tanti altri che sostengono con i loro soldi le organizzazioni di carità.
Come altre volte a proposito dei detestati samaritani (la donna al pozzo cui Gesù rivela la propria divinità; il lebbroso che a differenza di quelli ebrei torna a ringraziare di essere stato guarito) anche qui Gesù assume un atteggiamento provocatorio: un samaritano è delineato migliore di due tra i più rispettabili ebrei. Sottinteso: spesso le persone non sono quelle che sembrano; giudicare per categorie (gli zingari, gli immigrati, gli omosessuali, gli ex carcerati, e chi più ne ha più ne metta) si basa su pregiudizi che tante volte si rivelano privi di fondamento.
Inoltre la parabola si presta ad una ulteriore lettura, presente già negli scritti degli antichi Padri della Chiesa: senza nulla togliere al suo valore di esempio per noi, essi vi hanno visto anche un significato più profondo. L'uomo che scende da Gerusalemme a Gerico rappresenta tutti gli uomini, per ciascuno dei quali la vita è una traversata del deserto; ciascuno è solo nel cammino attraverso il "deserto" di questo mondo, dove incontra dei briganti che colpiscono "dentro" (le esperienze negative, le delusioni, l'inquietudine motivata dalle cause più diverse) e talora colpiscono duro, lasciandoci spiritualmente mezzi morti. Molti ci passano accanto senza prestarci aiuto, o perché non si accorgono delle nostre ferite, o perché sanno contrapporvi solo chiacchiere o, peggio, perché non gliene importa nulla. Ma uno c'è, che conosce nel profondo lo stato di salute della nostra anima, la sa e la vuole curare. Quella del buon samaritano è una parabola autobiografica: il vero buon samaritano, attento e, se lo vogliamo, disponibile per ciascuno di noi, è lui. E non occorre dirne il nome.  

                                                                               Buona Domenica a tutti da Padre Salvatore Usai ocd.
 

                        Risultati immagini per Immagini domenica XV tempo ordinario anno C
  Dove noi vediamo deserti, Dio vede chance
Vangelo di strade e di case. Vanno i settantadue, a cielo aperto, senza borsa né sacca né sandali, senza cose, senza mezzi, semplicemente uomini. A due a due, non da soli, un amico almeno su cui appoggiare il cuore quando il cuore manca; a due a due, per sorreggersi a vicenda; a due a due, come tenda leggera per la presenza di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io. E senti una sensazione di leggerezza, di freschezza, di coraggio: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, che però non vinceranno, che saranno forse più numerosi degli agnelli ma non più forti, perché su di loro veglia il Pastore bello.
E le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche: pace a questa casa, Dio è vicino. Parole dirette, che venivano dal cuore e andavano al cuore. Ma in cima a tutto una visione del mondo, lo sguardo esatto con cui andare per le strade e per le case: la messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate dunque... L'occhio grande, l'occhio puro di Dio vede una terra ricca di messi, là dove il nostro occhio opaco vede solo un deserto: la messe è molta. Gesù ci contagia del suo sguardo luminoso e positivo: i campi traboccano di buon grano, là dove noi vediamo solo inverni e numeri che calano.
Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio, Dio stesso si è fatto vicino. Noi diciamo: c'è distanza tra gli uomini d'oggi e la fede, si sono allontanati da Dio! E Gesù invece: il Regno di Dio è vicino. È davvero uno sguardo diverso (A. Casati).
E i discepoli per strade e case portano il volto di un Dio in cammino verso di noi, che entra in casa, che non se ne sta asserragliato nel suo tempio, dietro muri di sacerdoti o di leviti. In qualunque casa entriate, dite: pace a questa casa. Non una pace generica, ma a questa casa, a queste pareti, a questa tavola, a questi volti. «La pace va costruita artigianalmente, a cominciare proprio dalle case, dalle famiglie, dal piccolo contesto in cui ciascuno vive» (papa Francesco).
Pace è una parola da riempire di gesti, di muri da abbattere, di perdoni chiesti e donati, di fiducia concessa di nuovo, di accoglienza, di ascolti, di abbracci. Gesù e i